le vicissitudini di una pianta di rabarbaro

prendendo spunto da alcuni recenti post che parlano di rabarbaro e condividono ricette meravigliose, ho pensato di scriverne uno anch’io per raccontare la storia del mio rabarbaro. sì perché io al mercato non l’ho mai visto da queste parti, quindi l’ho piantato e quando è stagione lo raccolgo e me lo gusto. il povero rabarbaro non ha avuto una storia facile, almeno all’inizio, ma ora è fonte di grande soddisfazione. la taglio corta e vi racconto tutto…
qualche anno fa ero in un vivaio e ho visto in vendita una piantina di rabarbaro -una!- che mi ha subito fatto ripensare a un dessert semplice ma buonissimo mangiato a Chester, UK qualche anno prima. dato che qui è un po’ difficile da reperire, ho pensato che avrei potuto coltivarlo nel mio orto, quel rabarbaro. confesso che non sapevo neppure che pianta sarebbe diventata, perché non ne avevo mai vista una in vita mia (non consapevolmente, almeno). insomma la prendo, mi avvio alla cassa e chiedo alla commessa cosa devo fare per prendermene cura (ombra, sole, acqua, potatura… che ne so?), e la signora per tutta risposta mi dice “ma cosa vuol fargli, signora? è una piantina da 2 euro!” O__O
nonostante la risposta (serve specificare che non ci sono più tornata, in quel vivaio?), prendo la mia piantina -ne ero già innamorata- con l’intenzione di piantarla nel mio fazzolettino di terra e vedere come si comporta. tanto ho una mamma che mi saprà sicuramente dare delle dritte sulla sua manutenzione, penso. e qui mi sbagliavo. cioè, almeno in parte. nel senso che mia mamma mi ha subito “incoraggiata” con un bel: “rabarbaro? e che te ne fai?”
SGRUNT!
ma alla fine mi fa: “se lo vuoi tenere, è meglio che tu preveda un posto spazioso perché è una pianta che diventa grande!”
“cioé, ma grande _quanto_?”
“grande che nel tuo orticello se ci pianti quella poi non ti ci sta molto altro”
ah, ecco.
insomma, ho dovuto rinunciare a piantarla a casa mia. però c’è sempre l’orto in campagna, dove di spazio ce n’è in abbondanza e quindi il rabarbaro è finito là, carico di tutte le mie aspettative.
è cresciuto seguendo i suoi ritmi e io aspettavo solo il momento giusto per raccogliere quei bei gambi rosati, quando accade l’inenearrabile: il vicino di campo (che ci taglia l’erba nella parte non coltivata), ha raso al suolo il mio rabarbaro prendendolo per un’erbaccia. cioé, lui, il mio povero rabarbarino, al massimo del suo vigore… falcidiato come erbaccia! avrei voluto piangere.
sul serio.
fatto sta che non ci potevo fare molto. il rabarbaro era mezzo morto, ma già da subito ha dimostrato di avere un gran carattere e infatti di lì a poco ha cominciato a riprendersi, a rinforzarsi e a “rinascere”. tanto che dopo qualche tempo c’erano non solo dei gambi “raccoglibili”, ma anche un fiore molto particolare: tanti piccoli fiorellini rosso-gialli uniti a formare una grande pannocchia. mi dispiaceva quasi raccoglierne i gambi, ma alla fine la voglia di provarlo in qualche ricetta era tanta e non me ne sono pentita. avevo in mente da tempo questa ricetta: squisita! approvata da tutta la famiglia (compresi gli scettici!) non ho provato molte altre ricette, perché non posso deforestare completamente quell’unica pianta e quindi la produzione è limitata. l’anno scorso però abbiamo piantato un compagno vicino al rabarbaro e ora vogliamo prendere almeno altre due piantine per avere una produzione un po’ più consistente. quest’anno mi piacerebbe davvero provare il tea cake linkato sopra: ho l’acquolina in bocca solo a guardare le foto. al momento è ancora troppo presto (qui sotto ci sono le foto del rabarbaro scattate circa una settimana fa), ma tra non molto potrò sbizzarrirmi.


per chi volesse coltivarlo, il rabarbaro è una pianta erbacea perenne. effettivamente diventa grandicella, ma non è enorme come immaginavo mi aveva fatto temere mia mamma, per cui forse in un vaso grande si può anche azzardare una coltivazione sul balcone (io non ho provato, ma se lo fate voi fatemi sapere come va).  il rabarbaro può stare in pieno sole o a mezz’ombra. l’importante è assicurare un buon apporto d’acqua (l’estate scorsa abbiamo trascorso qualche giorno in Val Sarentino, in Alto Adige, e abbiamo infatti visto che lì il rabarbaro cresceva spontaneamente proprio in prossimità di qualche rigagnolo d’acqua). per il resto non necessita di grandi cure (il mio -poverino- è stato molto maltrattato all’inizio ma è sopravvissuto comunque). il periodo di maturazione, almeno dalle mie parti (Italia, nordest) è tra la primavera e l’estate. quest’anno per la prima volta penso che taglierò i fiori perché, seppure molto coreografici, tolgono energia alla pianta (e io preferisco avere dei bei gambi grossi e succulenti ;-)). pur essendo di un bel rosso intenso, ho notato che i gambi tendono a sbiadirsi molto in cottura: non so se dipenda dalla varietà di rabarbaro che ho piantato io, oppure semplicemente dal fatto che naturalmente sarebbero così, mentre con la produzione industriale magari qualche additivo che gli fa mantenere il colore ce lo mettono pure (se qualcuno lo sa, mi illumini). in ogni caso il sapore è buono buono. in più è il mio rabarbaro. il che lo rende senza dubbio eccezionale, per me. 🙂

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8 Pensieri su &Idquo;le vicissitudini di una pianta di rabarbaro

  1. Ricordo di aver mangiato una torta con il rabarbaro a casa di un amico che, un po’ come te, aveva coltivato con tante speranze la sua piantina: la torta era magnifica, e adesso che mi ci hai fatto pensare bisogna che lo chiami per sapere a che punto è il suo rabarbaro quest’anno…;-)

  2. ;O) ma lo sai che a Roma non l’ ho ancora trovato sotto forma di piantina?! ma non mi arrendo.. soprattutto dopo il tuo post!!!!
    baci

  3. Oh what gorgeous looking rhubarb! I so wish I had a garden because I would plant lots and lots of rhubarb! I enquired about growing it on the balcony but I would need quite a large pot. You are so lucky! Please let me know if you do try the Rhubarb Custard Tea Cake … at least it only requires a small amount of rhubarb which means you can make many more things as well 🙂

  4. Pingback: primavera in campagna | unsorsoallavolta

  5. Pingback: no-car day – aprile 2012 | unsorsoallavolta

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